Le sfumature di Blanca
Mi chiamo Blanca, ho 11 anni, occhi verdi, capelli castani e mi vesto in modo particolare. Adoro i colori e mi piace abbinarli in modo stravagante. Che male c’è? A volte sembro un clown? Beh, questo è sempre stato il mio modo di esprimermi. Ogni colore indossato, per me corrisponde a un’emozione.
Sono una ragazza solare e adoro stare con gli amici, se solo ce li avessi… Nonostante il mio modo di vestire appariscente, sono abbastanza insicura. Quando a scuola mi chiamano alla lavagna, cancello molte volte il gesso bianco perché ho sempre il timore di sbagliare…e così finisce che i prof non vedono neanche ciò che scrivo e pensano che io sia impreparata. Non capiscono che il mio corpo è bloccato dalla paura, non dalla mancanza di studio. Penso sempre di non essere all’altezza degli altri. E proprio in prima media, tutto è cominciato.
Frequento una delle due scuole medie della mia piccola città. Di preciso sono nella classe 1E. Vorrei tanto che i compagni fossero amichevoli con me, come lo sono io con gli altri, almeno quando non vengo esclusa e presa di mira. Mi lasciano in disparte quando giocano e non mi rendono partecipe delle loro conversazioni, non parlano mai con me e io mi sento…beh, invisibile. Come se fossi nient’altro che aria intorno a loro.
Vi starete chiedendo se il motivo per cui non ho amici è il mio abbigliamento eccentrico … Purtroppo no, c’è qualcosa di peggio dei miei vestiti strambi e, sfortunatamente, è qualcosa che non posso proprio cambiare.
C’è un semplice motivo per cui gli altri non mi vogliono con loro: ho un occhio un po’ più basso dell’altro. È stato sempre così dalla nascita, ma non si nota troppo e infatti nella mia precedente scuola nessun bambino, o quasi, aveva usato questa mia debolezza come bersaglio di prese in giro o insulti.
Alle medie invece era cambiato tutto: uno dei primi giorni di scuola decisi di provare a fare amicizia con qualcuno dei miei nuovi compagni. Ero molto elettrizzata, perché avevo l’occasione di conoscere nuove persone e magari creare nuove e inseparabili amicizie. Mi avvicinai a un gruppetto di ragazzi che stavano sempre insieme. Si chiamavano Michele, Mattia e Ludovica. Mattia, si diceva, era il figlio della preside.
All’ora della ricreazione, mi alzai di scatto e andai dai nuovi compagni: “Ciao! Posso unirmi al gruppo?!”. “Che vuoi, sfigata!”- disse uno. “No, non ti vogliamo” disse l’altra… Quando ho sentito dire “Non ti vogliamo”, per un attimo mi sono sentita piccola, come se davvero non ci fosse posto per me. Ma il peggio doveva ancora venire: “E poi si può sapere cosa hai fatto a quell’occhio? Sembra che ti si stia sciogliendo!”. “Beh…io…sono nata così…” ma la mia risposta fu coperta dalle risate dei bulli.
Nei giorni seguenti le cose non cambiarono, e i tre continuavano a guardarmi e ridere tra loro, coinvolgendo anche altri compagni di classe. Iniziarono a chiamarmi “Occhio di vetro” o “Sciolta” e le prese in giro non si limitavano più alla ricreazione. Una mattina, mentre ero al mio banco, Michele si è avvicinato e, fingendo di inciampare, mi ha rovesciato addosso il succo di frutta. “Ops, scusa Occhio di vetro, non ti avevo vista!”. Tutti risero, inclusa Ludovica.
Inaspettatamente, Marco, un compagno seduto lì vicino, si è alzato e ha detto a voce bassa, ma in modo che tutti sentissero: “Che bravi. Far ridere gli altri umiliando una persona che non ha fatto niente. Vi sentite forti così?”. Michele lo ha ignorato, ma le risate si sono spente.
Io mi vergnognavo tantissimo: me ne andai in bagno e scoppiai in un pianto disperato.
Cominciai a non andare a scuola. Un giorno con una scusa, uno con un’altra.
Una mattina, mia madre entrò in camera e disse: “Blanca, oggi devi andare a scuola, stai facendo troppe assenze! E non voglio sentire scuse”
In quel momento, pensai: “Non posso dirle la verità. Cosa le dico? Che ho paura delle loro facce, dei loro insulti? Penserebbe che sono solo debole…non voglio che mi veda piangere. Meglio fingere che sia un po’ di mal di pancia”
Così tornai a scuola, ma dopo quello che era successo mi sentivo umiliata. In quelle poche settimane avevo capito veramente cosa significava la parola bullismo e io ne ero vittima.
In classe evitavo di guardare in faccia i miei compagni quando, ad un certo punto, mi sentii picchiettare sulla spalla con un polpastrello. Era Mattia. Con il cuore in gola chiesi: “Che..che ..che cosa vuoi?” “Volevo scusarmi con te per quello che abbiamo fatto. Sai, quando Marco ha detto quelle parole… … ci abbiamo pensato. Ho pensato che ho sbagliato, è stato da stupidi. Non voglio più far parte di queste cose, non fanno ridere nessuno.”
In quel momento non sapevo cosa dire, e ancora adesso non trovo le parole per descrivere quella situazione. Era il figlio della preside, il capo dei bulli, che mi chiedeva scusa. Sentii che forse, per la prima volta, non ero più invisibile.
Dopo questa brutta esperienza ho capito una cosa: non devo essere accettata da tutti per valere qualcosa. Non vogliono me? Va bene. Io continuerò comunque a essere gentile e solare. Perché prima o poi capiranno che escludere qualcuno non rende più forti, ma solo più soli. E quel giorno, forse, capiremo che il vero coraggio è tendere la mano, non voltarsi dall’altra parte. E che a volte, basta la voce di un Marco in mezzo alla folla, per cambiare la situazione. Da oggi ho smesso di essere solo aria, sono di nuovo Blanca.
1E Sara Granchelli, Alice Auciello, Tommaso Sciocchetti, Giulia D’Alma, Stefano Sbaraglia
